Accademia Naven
Il nido d'infanzia nel sistema educativo
(6.6.) - Come organizzare l'ambientamento

L'ambientamento del bambino al nido rappresenta un momento importante sia per il nuovo ospite che per la sua famiglia. 

Il nido d’infanzia è una comunità costituita da bambini che vivono insieme per molte ore al giorno ed è nello stesso tempo una comunità di adulti che agiscono sulla base di valori e compiono azioni educative in modo organizzato e condiviso. La relazione è parte integrante del processo educativo del nido e su di essa s’impernia il rapporto di cura e si fondano tutte le pratiche educative. Competenze pedagogiche e capacità relazionali camminano insieme. Il nido è infatti insieme un contesto di cura e un luogo d’incontro sociale: sono questi due elementi che, insieme, offrono al bambino sufficiente sicurezza per permettergli di esplorare il mondo. Il nido della relazione è perciò un contesto educativo nel quale la prossimità fisica e la vicinanza emotiva dell’adulto che instaura un rapporto di cura permette crea le condizioni per uno sviluppo sano del bambino.


Le condizioni a monte

È alla luce di queste esigenze che, fin dalle prime esperienze delle origini si è pensato ad un modello di nido incentrato sulla figura di riferimento. A partire da questi principi, nel tempo, si sono sviluppate delle prassi che a loro volta si sono via via consolidate, trasformandosi in abitudini costanti e in stile educativo comune.
Il nido d’infanzia rappresenta di solito per il bambino piccolo il primo distacco dalla famiglia e questo comporta un cambiamento brusco e inatteso per il bambino creando un certo scombussolamento emotivo caratterizzato dall’inserimento in un contesto nuovo e dall’incontro di persone nuove. Occorre un certo tempo perché il bambino si abitui alla nuova situazione e si senta emotivamente al sicuro. Il primo ambientamento costituisce perciò un processo complesso in cui occorre:

  • Costruire fiducia fra il bambino e l’educatrice di riferimento e progressivamente le altre educatrici in cui entra in contatto;
  • Preparare un contesto rassicurante nel quale il bambino si senta sicuro e possa trovarsi a proprio agio;
  • Costruire un clima di fiducia fra famiglia e nido.

Il raggiungimento di questi obiettivi comporta un lavoro delicato e complesso che coinvolge e impegna profondamente il gruppo di lavoro educativo. È per questo motivo, fra l’altro, che la fase del primo ambientamento del bambino richiedo un certo tempo e suppone un’organizzazione in fasi progressive che coinvolge i soggetti coinvolti. Parlare di organizzazione significa in certa misura standardizzare i comportamenti e le procedure ma anche nello stesso tempo tenere conto degli stili emotivi di ognuno, delle reazioni individuali, delle storie personali e delle caratteristiche proprie di ogni singolo bambino e della sua famiglia. Ogni attaccamento a un’altra persona è diverso in base al partner che ci si trova di fronte e questo riguarda anche per i bambini piccolissimi. L’attaccamento non ha a che fare con le caratteristiche individuali ma sui modi, sulle forme e in una parola sulla qualità della relazione che il processo dell’ambientamento riesce a instaurare. Lo scopo è quello della costruzione per il bambino di una base sicura che gli permetta di trovarsi a suo agio e vivere una vita buona al nido. Di conseguenza il compito dell’educatrice è di adottare un maternage sicuro e in grado di adattarsi alle diverse situazioni che si presentano e questo comporta non solo doti personali ma anche un bagaglio di competenze professionali che vanno oltre la buona volontà e il buon senso.

 

La fase dell’ambientamento

La fase dell’ambientamento è considerato da molte educatrici il periodo più impegnativo dell’intero anno educativo. Richiede un’attenzione del tutto particolare e una pianificazione complessa: sconvolge i tempi e i ritmi dei bambini, modifica l’organizzazione delle famiglie e genera su tutti i protagonisti un impatto emotivo molto forte. Per questo l’organizzazione dell’ambientamento è venuta nel tempo codificandosi sempre di più, si è trasformata in una procedura a cui attenersi e in un processo nel quale tutte le fasi interne siano prevedibili in anticipo: le modalità e le procedure del primo ambientamento del bambino al nido sono di norma disciplinate nei regolamenti dei comuni e, nel caso nel caso delle esternalizzazioni dei servizi, costituiscono uno dei principali oggetti di controllo. Sono nati così delle procedure e degli stili che, pur differenti nei dettagli da luogo a luogo, hanno conservato negli anni una loro sostanziale omogeneità. Un evento improvviso, tuttavia, ha messo in discussione questa pratica standardizzata e diffusa ed è l’evento della pandemia da covid-19 che d’improvviso ha imposto drastiche deroghe e rigidi cambiamenti (ma di questo parleremo più avanti).
Quale deve essere dunque l’organizzazione del primo ambientamento del bambino al nido? Qual è la migliore realizzazione in rapporto ai problemi che presenta allo scopo di fare le cose al meglio? 

Chi è coinvolto nella fase dell’ambientamento?
È forse l’evento più importante della vita del nido che non si può improvvisare ma richiede un’accurata preparazione preventiva: per questo non si può lasciare tutto l’onere alle educatrici che ne saranno direttamente coinvolte. È necessario preparare gli spazi, gli arredi, i materiali e i giocattoli. È una responsabilità che riguarda l’intero servizio: tutte le educatrici, il personale ausiliario, la coordinatrice interna, la pedagogista. Nella fase operativa tutto il personale educativo e ausiliario è presente in servizio (anche perché di norma i primi giorni l’ambientamento ha luogo solo al mattino): le educatrici di riferimento in prima persona e le altre a dare una mano dove serve. Questo è possibile perché l’entrata dei bambini al nido può essere scaglionata: i primi ad iniziare la frequenza saranno i bambini nuovi che frequenteranno per la prima volta il nido e per i quali si richiede una fase adeguata di ambientamento, mentre i bambini che già erano stati inseriti potranno iniziare la frequenza qualche giorno dopo gli altri: in questo modo tutti gli educatori del servizio saranno disponibili per affrontare i problemi che si presenteranno in questa prima fase cruciale.

Qual è la durata dell’ambientamento? Come è la sua organizzazione?
Tradizionalmente la durata dell’ambientamento, salvo casi particolari, è di due settimane, pari a dieci giorni lavorativi, ma non sono escluse eventuali variazioni individuali nel caso vi siano bambini che abbiano bisogno di un tempo maggiore. L’obiettivo è quello della gradualità ed ha lo scopo di accompagnare il nuovo bambino (e il genitore che sta al suo fianco) facendo un passo per volta per abituare via via il bambino alla nuova situazione evitandogli per quanto possibile stress emotivi che possono sempre sorgere in un ambiente nuovo e in un contesto sconosciuto nel quale inevitabilmente il nuovo bambino si trova senza i suoi punti di riferimento abituali ad esclusione della presenza contestuale della madre (o più raramente del padre o di un nonno).
Per quanto riguarda l’organizzazione dei tempi si è assistito negli anni a una certa evoluzione. Inizialmente, erano previsti tempi standardizzati e rigidi per tutti. La logica era quella della durata: il primo giorno il bambino accompagnato dalla mamma (o più raramente dal papà o da un’altra figura della cerchia familiare) frequentava il nido per un tempo limitato, ossia per circa un’ora o poco più, il secondo giorno un’ora e mezza, il terzo due ore e così via. Questa soluzione è stata tuttavia messa successivamente in discussione perché eccessivamente meccanica. Se da un lato non v’è dubbio che uno dei criteri fondamentali per la realizzazione di un buon ambientamento è il dosaggio dei tempi, dall’altro l’allungamento progressivo dei tempi uguale per tutti con genitori e bambini che entrano ed escono negli stessi orari e permangono nel servizio per una durata uguale per tutti appare un automatismo troppo rigido e che non tiene conto delle differenze individuali e dei bisogni di ognuno. Attualmente questa soluzione è pienamente superata e relegata ai ricordi del passato. I gruppi di lavoro educativo hanno così iniziato, attraverso ripensamenti e aggiustamenti progressivi, a soluzioni diverse che tenessero maggiormente conto dei bisogni individuali.
Per i primi tre giorni la frequenza è solo al mattino. Ogni genitore può scegliere l’orario di entrata per tenere conto dei ritmi e delle abitudini del proprio bambino e in accordo preventivo con l’educatrice. In questo modo non si verifica più “l’assalto al nido” dei primi tempi che viene sostituito da un via vai discreto e meno disturbante. Il vantaggio di questa soluzione è che ogni genitore può decidere in autonomia il tempo di permanenza al nido. Può accadere che un bambino si dimostri a proprio agio nella nuova situazione già il primo giorno e le la madre lo vede giocare tranquillamente non c’è ragione di interrompere improvvisamente l’attività del figlio perché il tempo è scaduto. Se il giorno dopo invece lo stesso bambino manifestasse qualche segno di insofferenza, può decidere liberamente se ridurre il tempo di permanenza rispetto al giorno precedente. Il tempo di permanenza viene perciò lasciato alla discrezione individuale. Non va peraltro dimenticato che il processo di inserimento al nido non riguarda solamente il bambino, ma anche la madre che nel frattempo si guarda intorno, tiene d’occhio, insieme al suo, anche gli altri bambini, nota delle differenze e fa dei confronti. Vede che cosa fanno e come si muovono le educatrici, vede come l’educatrice di riferimento si rapporta con il proprio figlio, come gli parla, come lo prende in braccio, come eventualmente lo consola e così via. Soprattutto vede che cosa fa suo figlio, come si muove nel nuovo ambiente, come reagisce o come interagisce con gli altri bambini, quali sono le sue reazioni nei confronti degli altri adulti presenti e, in una parola, come se la cava nella nuova situazione complessa. Sono tutte cose che non devono per forza essere digerite una volta per tutte e la flessibilità dei tempi dà la possibilità, se necessario, di potere pensarci su. La stessa cosa vale ovviamente per l’educatrice che, pur trovandosi impegnata ad accogliere nel modo migliore ogni genitore che arriva con il proprio bambino (con il vantaggio che arrivano scaglionati e non tutti insieme), ha tempo di guardare che cosa succede, di osservare i comportamenti dei bambini nella nuova situazione e di prendere atto dell’impatto che la situazione esercita nei confronti delle madri o dei padri.
Sul piano organizzativo, di norma i primi tre giorni vedono dunque la presenza dei nuovi bambini accompagnati da un genitore essenzialmente al mattino con i tempi di entrata a scelta all’interno di un range definito. Facciamo alcuni esempi.
Prendiamo un primo caso in cui per i primi tre giorni può essere prevista la presenza al nido dalle 9,00 in poi con uscita per tutti alle 11,30: qualcuno arriverà alle 9,00, qualcuno fra le 9,00 e le 9,30, qualche altro dalle 9,40 alle 10,00. Anche l’uscita sarà a discrezione. 
In una seconda situazione può accadere che il numero dei bambini nuovi sia molto elevato per cui sia preferibile organizzare due turni: indicativamente il primo può avere luogo dalle 8,30 alle 10,30 e il secondo dalle 10,30 alle 12,30 a libera scelta dei genitori. Questa seconda ipotesi è più complicata dal piano organizzativo ma lascia i genitori liberi di scegliere ed evita il sovraffollamento di bambini e adulti nella stanza.
In entrambe le circostanze il criterio applicato è sempre lo stesso: non è l’istituzione a governare i tempi delle persone ma sono le persone che possono che all’interno di un determinato arco temporale possono scegliere sulla base dei loro bisogni o anche semplicemente in risposta al loro modo di sentire: potere scegliere accorcia le distanze, rafforza i legami e costruisce fiducia. Alla rigidità subentra la flessibilità, alla regolamentazione a monte subentra la negoziazione; il nido si configura fin dai primi momenti un servizio che, se di necessità ha le sue regole, si muove tuttavia alla luce del partenariato con le famiglie, si basa sulla negoziazione, sulla compartecipazione e sulla condivisione dei punti di vista e sulla co-costruzione dei processi.
In modo simile si potrà concordare a livello individuale quando arriva il momento in cui il bambino può arrivare un po’ prima al mattino per consumare insieme lo spuntino e/o fermarsi un po’ più a lungo per il pranzo in presenza del genitore. Poi via via il tempo di permanenza del bambino al nido si prolungherà fino a rimanere, di norma allo scadere della seconda settimana, per il tempo di permanenza che era stato previsto.  

Quanti bambini insieme?
Anche questa domanda non prevede una risposta univoca. Dipende dalle situazioni e dal numero complessivo dei bambini che devono essere ambientati. In passato non sono mancate situazioni nelle quali veniva inserito un numero limitato di bambini per volta, rimandando di quindici giorni in quindici giorni il turno degli altri e poteva così accadere che il processo di ambientamento potesse durare anche fino a quasi un paio di mesi, da inizio settembre a ottobre inoltrato. Si trattava di una scelta garantista tesa ad offrire una situazione ottimale a pochi bambini per volta ma poteva creare difficoltà a volte anche serie alle famiglie nel caso fossero costrette a prendere forzatamente lunghi permessi dal lavoro. Anche in questo caso gli automatismi dettati dalle regole rigide non necessariamente sono la soluzione migliore. Una soluzione ideale non c’è, la soluzione migliore è la ricerca di un compromesso fra le due esigenze antitetiche che sembrano elidersi a vicenda. Si tratta della ricerca di un equilibrio fra due esigenze contrapposte. Da un lato possiamo, per così dire, farcelo dire dai bambini, dall’altro conta l’esperienza.
Abbiamo ripetutamente affermato in queste pagine che il primo ambientamento costituisce una fase delicata e importante ma non è una malattia. È un periodo di tempo necessario per la costruzione di una relazione fra il bambino e l’educatrice di riferimento e fra l’educatrice e la famiglia del bambino, una relazione che non si completa nel giro di quindici giorni ma costituisce solamente un inizio – senza dubbio importante – di un rapporto che si farà via via più intenso e profondo. Si tratta di un rapporto complesso costituito da diversi aspetti da prendere in considerazione ai fini di un bilancio complessivo sulla riuscita dell’ambientamento: la capacità di adattamento del bambino, la sua assuefazione al nuovo contesto che a sua volta dipende dall’età e dalle caratteristiche emotive individuali; la nascita di uno scambio dialogico come costruzione di un rapporto di fiducia del genitore nei confronti del nido ed in particolare con la figura di riferimento; la costruzione di un processo di scambi comunicativi interattivi che l’educatrice di riferimento e il gruppo educativo mettono in atto nei confronti del genitore e della famiglia. Si tratta in altri termini dell’avvio di un processo che continuerà in seguito. Ciò che perciò conta è la costruzione di tale rapporto, la cui qualità dipende senz’altro da un buon inizio, ma prosegue per tutto il periodo della frequenza del bambino al nido.
L’ambientamento di un numero ristretto di bambini per volta permette senz’altro all’educatrice un controllo forte della situazione ma ha lo svantaggio, come sopra si diceva, di dilatarne i tempi con le conseguenze di cui s’è fatto cenno più sopra. All’opposto, aumentare il numero dei bambini per volta per l’ambientamento significa dover gestire una situazione più complessa ma ridotta nel tempo. Serve perciò arrivare a un buon compromesso fra il numero di bambini per turno e il numero dei turni di ambientamento. Ancora una volta si tratta di trovare un equilibrio fra le due esigenze contrapposte. È qui che viene in aiuto un ulteriore importante fattore che può aiutare a risolvere il problema. La parola chiave è “fiducia”. L’educatrice esperta sa che nella complessa situazione della fase dell’ambientamento non è tanto importante gestire le persone, quanto la “relazione” fra le persone. Un numero eccessivamente elevato di bambini e di genitori presenti in una stanza relativamente poco capiente quanto può esserlo la sezione di un nido d’infanzia può portare al rischio di un sovraffollamento che genera instabilità e confusione. Al di sotto di tale soglia però la differenza la fa la relazione interna, vale a dire la qualità degli scambi reciproci fra bambini e adulti. Dipende in altri termini da quanto anche i genitori sono stati preparati dalle educatrici per gestire la nuova situazione e fino a che punto si rendono capaci di riuscire a tenerla sotto controllo. Dipende anche dall’organizzazione stessa di questa fase delicata dell’ambientamento e più precisamente dai ruoli che via via assumeranno di comune intesa rispettivamente i genitori e gli educatori. E questo ci porta direttamente alla domanda successiva. 

Che cosa fa l’educatrice durante la fase dell’ambientamento?
Il suo ruolo è di prendersi gradualmente in carico il nuovo bambino in un clima sereno e in un costante confronto con il genitore. Prima di introdurre ogni routine l’educatrice osserva la relazione fra bambino e genitore e si confronta con esso per cogliere le modalità e i ritmi del bambino. Un primo momento importante di interazione intima con il bambino è quello del cambio: richiede un atteggiamento accogliente e rassicurante a cui è importante dedicare il tempo necessario perché costituisce il primo momento di relazione intima con il bambino. Un altro momento importante riguarda il primo momento in cui il bambino viene alimentato da una figura diversa rispetto a quella a cui è abituato. Si tratta di un momento importante perché per la prima volta una persona estranea lo mette a contatto con il cibo. È importante rispettare i ritmi del bambino piccolissimo nutrendolo quando ha fame (e non necessariamente negli “orari previsti” dall’organizzazione del nido), quando è ben sveglio, in un contesto tranquillo, in una postura comoda in cui la testa è in asse con il corpo, offrendogli anche la possibilità di entrare egli stesso in contatto diretto con il cibo. Un terzo passo è quello del riposo che deve essere rispettato tenendo conto dell’età e dei ritmi individuali. L’educatrice alla presenza del genitore accompagna il bambino nell’addormentamento tranquillizzandolo in un rapporto affettivamente intimo; la stessa cosa avviene al risveglio. È importante che il genitore veda come si muove l’educatrice perché in questo modo potrà dare indicazioni e suggerimenti nella prospettiva di armonizzare le azioni connesse con la cura, le forme di verbalizzazione e i comportamenti comunicativi non verbali e, in generale, il rapporto di intimità con il bambino.

Che cosa fanno i genitori nella stanza?
La scoperta di uno spazio nuovo può costituire una piacevole sorpresa per i bambini perché hanno la possibilità di esplorare mondi nuovi in sicurezza. Quando il bambino si trova in presenza della madre, del padre (o anche di un’altra figura per lui significativa della cerchia parentale) si sente in grado di immergersi in mondi nuovi. Inizialmente, perciò, il genitore costituisce una garanzia fondamentale per percepire il nido, ossia i suoi abitanti e i suoi spazi, un luogo sicuro. La risposta a questa domanda è perciò semplice: il genitore non deve fare nulla, deve limitarsi ad essere presente. Questo almeno in via teorica.
Nella realtà le reazioni dei bambini sono individuali: ci può essere un bambino che dal primo momento del suo ingresso al nido piange insicuro, mentre un altro si mette tranquillamente a giocare e potrà manifestare disagio solamente dopo qualche giorno, un terzo può starsene per diverso tempo a vedere prima di decidersi ad esplorare quanto gli sta intorno, un altro ancora non sa staccarsi dalle braccia della madre, mentre un altro ancora passa tranquillamente da braccia in braccia. Anche per le madri o i padri può avvenire qualcosa di simile: c’è chi lascia che il figlio tranquillamente esplori ciò che gli sta intorno e c’è chi non sa staccarsi dal proprio bambino e continua a tenerlo protetto anche qualora il bambino fosse disponibile a guardarsi intorno con serenità; c’è il genitore che a un primo segno di disagio del bambino non si scompone e lo rassicura con un sorriso tranquillizzante e con un tono rassicurante della voce e c’è chi si precipita per così dire a consolare il bambino dalla piccola frustrazione. E le educatrici hanno il compito di intercettare le diverse situazioni e i diversi stili di relazione fra madre e bambino senza essere intrusive e dando, per quanto possibile, il supporto giusto a ognuno. Le educatrici si trovano così ad essere mediatrici sia nella relazione di ogni bambino con il nuovo ambiente, sia delle relazioni fra genitori e bambini, trovandosi perciò a decidere il da farsi (compresa ovviamente anche la decisione di non intervenire) volta per volta e caso per caso.
Veniamo ora al punto. La buona riuscita di questa prima fase dell’ambientamento dipende dal clima positivo che si respira nell’ambiente (e questo riguarda tutti ma soprattutto i bambini) e dall’intesa che si instaura fra gli adulti. Si tratta di un processo unitario e complesso che solamente per comodità descrittiva descriviamo qui in fasi distinte.
La prima cosa che fa l’educatrice (il riferimento è qui a tutte le educatrici presenti nel momento dell’inserimento in una determinata stanza e con un determinato gruppo più o meno ampio, ma in modo del tutto particolare a quella che assumerà la funzione di figura di riferimento) è quella di osservare. In questa fase si impegnerà nello specifico a focalizzare due aspetti: da un lato le caratteristiche del bambino, dall’altro le modalità del rapporto di cura del genitore presente. Immaginiamo i primi due o tre giorni e supponiamo l’organizzazione di un momento di attività e di gioco in cui i bambini sono al suolo sul tappeto ed hanno a disposizione alcuni oggetti e giocattoli. 

Per quanto riguarda il primo punto si porrà delle domande in relazione ai singoli bambini, del tipo:

  • Come si comporta nel nuovo contesto?
  • Si immerge subito nella situazione di gioco proposta?
  • A quale giocattolo si interessa particolarmente? Oppure: a che cosa si interessa in modo particolare?
  • Manifesta delle preferenze?
  • Come esplora? Quali azioni compie?
  • Rimane fermo in un punto della stanza o si muove liberamente esplorando i diversi angoli o centri di interesse?
  • Si concentra su qualcosa che lo interessa o vaga incessantemente da una cosa all’altra?
  • Quanto tempo dura la sua concentrazione su uno stesso oggetto o su un gioco?
  • Cerca la madre (o il padre) con lo sguardo? Ne richiama l’attenzione?
  • Che cosa eventualmente sembra disturbarlo? Che cosa lo rende inquieto?
  • In quali circostanze interrompe il gioco e cerca la madre (o il padre)?
  • Quali sono le sue modalità di esprimere disagio (se lo manifesta)?
  • Che cosa fa quando qualcosa lo disturba o quando non si trova a proprio agio?
  • ...

Queste domande hanno qui un valore puramente esemplificativo. Occorrerà differenziare le domande in rapporto all’età dei bambini presenti. Per i bambini più piccoli l’osservazione sarà rivolta alle posture (compreso al modo con cui i bambini stanno in braccio), al movimento globale e fine, alla reazione ai rumori e ai suoni, alle risposte ai segnali diretti a lui o rivolti ad altri, alle reazioni emotive ancora indifferenziate, al mantenimento della vicinanza fisica alla madre e la sua disponibilità al distacco e così via. Le domande saranno diverse per i più grandi: le padronanze motorie, percettive, comunicative linguistiche, di interazione con gli altri bambini, oltre alla forma di attaccamento con la madre o la figura parentale presente. Ogni educatrice potrà predisporre una lista aperta degli aspetti da osservare che considera più utili per accompagnare meglio ogni bambino alla prosecuzione dell’ambientamento.  

Per ciò che concerne l’osservazione del comportamento della madre o del padre (anche in questo caso si tratta di una lista esemplificativa che, sulla base del proprio contesto specifico, le educatrici potranno completare e integrare) potrà interrogarsi su aspetti quali:

  • Come rassicura il bambino nella nuova situazione?
  • Appare tranquilla? Serena? Apprensiva?
  • C’è qualcosa che sembra preoccuparla?
  • Interviene nei confronti del proprio bambino non appena manifesta una incertezza o una difficoltà?
  • Aspetta per vedere se se la cava da solo?
  • Quali forme di interazione instaura con l’educatrice?
  • Interagisce con le altre madri (o padri) presenti? Si confronta?
  • Interagisce (con commenti verbali, gesti) con l’educatrice? Le pone delle domande? Offre delle considerazioni?
  • Osserva solamente il suo bambino o anche gli altri?
  • Fa confronti fra i comportamenti del proprio bambino rispetto a quelli degli altri?

Fermarsi ad osservare invece di partire subito dandosi da fare permette di farsi un’idea iniziale della situazione complessiva così come di ogni bambino e di ogni genitore e sottrae l’educatrice da possibili “passi falsi” di partenza. In questa circostanza osservare non significa per l’educatrice fermarsi e non fare assolutamente nulla: vuol dire intervenire solamente quando è necessario e con discrezione, limitarsi all’azione necessaria senza strafare, preoccuparsi esclusivamente dell’agio e della tranquillità dei bambini (e di conseguenza dei genitori presenti. Va ricordato che anche i genitori terranno costantemente d’occhio l’educatrice, come si muove con i bambini in generale e con ogni bambino in specifico, di che cosa si preoccupa e come affronta i problemi che si presentano.
Alla prima fase che attribuiva all’educatrice un ruolo relativamente passivo (che privilegiava l’osservazione), subentra una nuova fase che la vede protagonista attiva a fronte del graduale ritiro del genitore. Ora sono i genitori a adottare una postura osservativa, mentre le educatrici prendono in carico i bambini. È il momento cardine dell’ambientamento: è il cambio di mano, il passaggio fra due figure di riferimento e consiste nel graduale ritiro della figura parentale, che pur rimane presente, all’educatrice che diviene via via a sua volta riferimento per il bambino. è l’educatrice che propone un’attività o un gioco, è l’educatrice che mette a disposizione i materiali ai bambini, se un bambino piange è l’educatrice che lo consola ed eventualmente lo prende in braccio, se un bambino deve essere cambiato è l’educatrice che se ne occupa. Il genitore assiste al cambio ti testimone per lo più senza intervenire: rimane lì a garantire che tutto sta procedendo bene, che non ci sono problemi, che il bambino si può fidare; nello stesso tempo vede che cosa fa l’educatrice e assiste alle reazioni emotive del bambino. il genitore, in questo modo, rinuncia all’azione diretta nei confronti del bambino ma relazione rimane. E il bambino impara ad avere fiducia nei confronti della nuova figura.
In questa fase assume un ruolo importante l’organizzazione dello spazio. I genitori ora non occupano più il centro della scena e si accomodano ai margini della stanza, mentre l’educatrice interagisce con i bambini, previene, corregge, comunica, suggerisce e si muove attivamente nello spazio governando le situazioni.
Che cosa fanno allora i genitori che se ne stanno passivi nella stanza? È tempo di rispondere a questa nuova domanda. 

Che cosa sono i “distacchi”?
Quando ormai, dopo i primi giorni, l’educatrice inizia ad esercitare in prima persona il rapporto di cura con i nuovi bambini è previsto che i singoli genitori possano allontanarsi dalla stanza per brevi intervalli di tempo. Si tratta di brevi momenti in cui il bambino rimane con l’educatrice nella stanza senza avere sott’occhio la propria madre o il proprio padre. L’importante è che la separazione avvenga nel momento giusto, quando il bambino è tranquillo, concentrato in un’attività, preso da un gioco.
In passato i “distacchi” erano ben regolamentati: il primo distacco poteva avvenire a partire dal quarto giorno di ambientamento e doveva avere una certa durata, tutti i genitori uscivano allo stesso momento e rientravano tutti insieme, rimanendo assenti per il tempo di prendere un caffè e di scambiarsi alcune opinioni. In seguito, i gruppi di lavoro educativo hanno maturato la consapevolezza che una procedura come questa abbia il peccato di essere eccessivamente meccanica. Non necessariamente tutto deve essere predisposto formalmente in anticipo e applicato in modo asettico. Le azioni “a comando” sono destinate spesso a svuotarne il significato e ad essere interpretate come una costrizione. Era evidente che alcuni genitori si limitavano a adattarsi e obbedire. Il limite, inoltre, era quello di definire a monte l’orario del distacco indipendentemente da ciò che avveniva effettivamente nella stanza.
La riflessione ha portato così a riprendere in considerazione la pratica e a adottare alcune modifiche. 

Per l’organizzazione dei “distacchi” è utile tenere presente che:

  • Non necessariamente i genitori escono dalla stanza tutti insieme e nemmeno rientrano tutti nello stesso momento: può perciò accadere che un genitore esce mentre un altro resta.
  • Ogni genitore esce quando gli sembra che sia il momento buono perché il bambino è tranquillo e presumibilmente accetta il distacco senza particolare angoscia (anche se può piangere un po’ ma riesce subito di nuovo a rasserenarsi). In nessun modo “fugge” dalla stanza in un momento di distrazione del figlio: anzi lo prepara avvisandolo e rassicurandolo che intende uscire solamente un momento, per prendere un caffè o per parlare con qualcuno ma che intende rientrare a breve. Allo stesso modo rientra quando gli sembra sia passato un tempo sufficiente o quando lo desidera.
  • È importante che il genitore esca dalla stanza quando gli sembra che tutto sia tranquillo e perciò si senta a suo agio. Se non è così, può decidere di rimandare ad un altro momento il distacco senza per questo sentirsi giudicato.
  • Durante il periodo del distacco accede ad un’altra stanza dotata di alcuni confort come il caffè o il thè; nel frattempo conosce gli altri genitori e scambia impressioni e opinioni. questo significa confrontarsi sulle reazioni dei diversi bambini e sulla situazione emotiva che ognuno vive.

I distacchi divengono via via sempre più frequenti e prolungati. Inizialmente il genitore sarà presente durante il pranzo per curare personalmente l’alimentazione del bambino (anche in questo caso le scelte saranno differenti in rapporto all’età del bambino), in seguito assisterà al pranzo mentre sarà l’educatrice a nutrirlo. La stessa cosa vale per il momento del riposo mattutino: sarà sempre l’educatrice a praticare le azioni di cura mentre il genitore osserva senza intervenire e si allontana in accordo con l’educatrice per tempi via via sempre più prolungati. È giunto così il tempo di passare alla domanda successiva.

 

Quando si conclude la fase dell’ambientamento?
L’ambientamento si conclude al termine delle due settimane previste e con l’inizio della terza settimana il nido entra nella propria routine che l’accompagnerà nel corso dell’anno educativo. Potrà succedere che un bambino non si sia ancora tranquillizzato e può succedere che pianga quando il genitore lo accompagna al nido e poi lo saluti e se ne vada. Di norma si tratta però solamente di un momento di sconforto, poi sarà preso dagli eventi della giornata al nido. Possono presentarsi anche dei problemi o delle difficoltà particolari: affronteremo questo aspetto più avanti nella seconda parte del nostro scritto. La cosa più importante è il rapporto di fiducia di fondo che è venuto a crearsi fra genitori e educatrice poiché la serenità e il patto di reciproca collaborazione fra adulti è la prima condizione sia per un buon ambientamento, sia per un buon futuro del bambino al nido. 

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