Accademia Naven
Il nido d'infanzia nel sistema educativo
(2.1.) - L'età delle riforme

Erano gli anni della rinascita del secondo dopoguerra, della ricostruzione, dell’espansione economica e dell’inizio di un miglioramento della qualità della vita da parte delle classi più povere. L’istituzione del nido si proponeva come una soluzione intermedia di un complesso di problemi sociali emergenti che impegnavano parlamento e governo nella direzione di un ripensamento radicale della società e da un conseguente vorticoso riformismo che riguardava il nuovo assetto dei poteri (con l’istituzione delle regioni), la riorganizzazione dell’economia, la salute pubblica (con l’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale che vedrà poi effettivamente la luce sette anni dopo nel 1978 che aveva lo scopo di garantire la salute a tutti i cittadini poiché – sembra oggi incredibile – fino a quell’anno non era un diritto garantito per tutti), senta tuttavia dimenticare l’educazione e la scuola (con la riforma della scuola elementare, l’istituzione della Nuova Scuola Media e la nascita della nuova Scuola Materna Statale, di un paio d’anni prima rispetto alla nuova istituzione dei nidi d’infanzia). Non va dimenticato in questo contesto il boom economico degli anni Sessanta, che ha registrato fra le altre cose un aumento improvviso e consistente di mano d’opera femminile, il nido è comparso come una buona risposta alla nuova organizzazione del lavoro e ai mutati bisogni delle famiglie. Sia detto, per inciso, che a mezzo secolo di distanza e in un momento storico nel quale viviamo una crisi economica profonda, e conseguentemente la massiccia perdita di posti di lavoro, la domanda di nido d’infanzia non si è contratta, ma è ancora in aumento e registra un’evidente evoluzione. Si è così venuto via via configurando un servizio nello stesso tempo educativo e assistenziale in grado di offrire risposte pedagogiche ed essere al centro dell’attenzione delle politiche del welfare.
Erano gli anni nei quali molti comuni d’Italia (soprattutto quelli con un elevato numero di abitanti e tendenzialmente del nord e del centro) hanno colto la palla al balzo per costruire nidi d’infanzia nel proprio territorio. Furono gli anni nei quali molti enti locali posero l’infanzia al centro delle loro politiche importanti e diffusi investimenti nella direzione della promozione dei servizi educativi per l’infanzia. Tali politiche si sono mosse sostanzialmente in quattro direzioni.
La prima è consistita nella realizzazione e apertura di molti nidi d’infanzia per i bambini da tre mesi a tre anni, a volte attraverso la conversione delle vecchie istituzioni che derivavano dalle O.N.M.I, enti di fatto soppressi con la legge sui nidi, ma in generale attraverso la loro apertura ex novo.
La seconda ha riguardato la scuola dell’infanzia: va ricordato che fino agli anni Settanta del Novecento le “scuole materne” pubbliche, ossia gestite dai comuni, erano pochissime, mentre quelle private - spesso aggregate alle parrocchie - erano assai numerose e diffuse su tutto il territorio nazionale; va per altro ricordato che in quegli anni le scuole dell’infanzia statali ancora non esistevano poiché erano state istituite solamente tre anni prima, nel 1978 e che avrebbero visto l’inizio della loro istituzione a partire da quegli anni per diffondersi poi rapidamente su tutto il territorio nazionale.
La terza ha riguardato nel 1971 l’istituzione della scuola a tempo pieno per i bambini dell’età della primaria: anche in questo caso si è trattato di un ripensamento della scuola elementare tradizionale e dell’attivazione di molti e interessanti processi innovativi che hanno riguardato questo segmento scolastico. 
La quarta riguardato in seguito alla legge del 1962 istitutiva della Nuova Scuola Media Unica che aveva lo scopo di estendere l’obbligo scolastico dai dieci ai tredici anni (che sanciva la fine della “scuola dei fabbri” e della “scuola dei dottori”, poiché le famiglie erano costrette a decidere il futuro scolastico del bambino alla fine della scuola elementare) che ha portato le amministrazione provinciali e comunali a realizzare nuove strutture ai fini del prolungamento della scuola di massa che aveva lo scopo di orientare i ragazzi in relazione alle scelte formative e/o professionali future.
Si è trattato di anni di grande fervore riformistico in cui l’educazione dell’infanzia e dell’adolescenza è stata al centro dell’attenzione pubblica e ha visto le autonomie locali incentrare le loro politiche, anche in seguito al boom economico di quegli anni e alla conseguente espansione edilizia dovuto all’urbanizzazione dovuto all’emigrazione interna dai contesti più arretrati e rurali nei centri urbani dove risiedevano le fabbriche, sull’incremento e sull’espansione dei servizi educativi.

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