Accademia Naven
Il nido d'infanzia nel sistema educativo
(4.1.) - Il tempo delle routine

Il tempo fugge, dicevano gli antichi. Il tempo sfugge, diciamo noi, trascorre scivolando continuamente via senza che ce ne accorgiamo. Ci accorgiamo quasi d’improvviso che i nostri bambini sono cresciuti, che hanno acquisito delle capacità, che ad esempio hanno iniziato a parlare anche se giorno per giorno li abbiamo visti sempre uguali, senza cambiamenti significativi. Tutto accade sotto i nostri occhi e sembra che noi ce ne accorgiamo solamente alla fine quando ormai un traguardo è raggiunto e non sappiano come è stato raggiunto anche se abbiamo avuto costantemente i bambini sotto i nostri occhi. Il fatto è che ci sembra che ogni giornata sia sostanzialmente simile all’altra, che ogni giorno accadano più o meno le stesse cose mentre le novità si sembrano rare.
È famosa la singolare spiegazione che Agostino d’Ippona, nelle Confessioni fornisce del tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so”. Gli sembra che la percezione del tempo riguardi più che altro il tempo presente, la situazione che si vive momento per momento; tuttavia, ogni singolo momento del presente, anche mentre lo sto ascoltando, scovola inesorabilmente nel passato e quindi non è più, mentre dall’altra parte il futuro, sia che lo aspetti sia che non lo aspetti, non c’è ancora. La conseguenza è che passato e futuro non esisterebbero, il primo perché ormai non esiste più, il secondo perché non esiste ancora. Sant’Agostino ha ragione, non possiamo che vivere il tempo presente: il passato lo possiamo solo ricordare se riusciamo a fissarlo nella memoria e non possiamo che rievocarne dei brandelli e delle tracce. A questo, aggiungiamo noi, che si può prefigurare il futuro ma non è detto che le cose poi effettivamente avvengano come le abbiamo immaginate o come avremmo sperato che avvenissero.
Il lavoro al nido obbliga a una presenza costante. L’educatrice è obbligata ad occuparsi continuamente del tempo presente, vale a dire dalle incombenze della vita quotidiana fatta di azioni che si ripetono, dai ritmi dei bambini, dai rituali che occorre rispettare, dai diversi atti che devono essere continuamente attuati nel modo giusto e nel momento giusto. Tutto questo si chiama routine.
Le routine sono le azioni, le esperienze e le pratiche che si ripetono ogni giorno in modo (quasi) immutato e che hanno a che fare con le esigenze e le incombenze della vita quotidiana. Sempre uguali a sé stesse, vengono attuate e quotidianamente ripetute in forma automatica e perciò sfuggono spesso all’attenzione vigile e alla decisione consapevole ed accompagnano perciò sia il bambino che l’adulto in forma latente. I comportamenti automatici degli adulti che svolgono quotidianamente le stesse azioni costituiscono per essi come una zona oscura, vengono condotti in modo automatico molto spesso senza una presa di coscienza esplicita di essi. Accade così che ognuno agisce secondo un proprio stile, sulla base del proprio carattere, in relazione alla propria cultura e insieme alle proprie abitudini. Non abbiamo la necessità di riflettere su come ci allacciamo le scarpe, sulla particolare posizione del corpo che assumiamo e sul modo del tutto caratteristico di fare il nodo: l’importante è che le scarpe siano allacciate nel modo giusto per non perderle mentre camminiamo oppure per evitare di cadere.
Tuttavia, le routine non sono solamente come quelle di allacciarsi le scarpe. Ci sono molte procedure complesse che compiamo abitualmente nella vita quotidiana senza per questo dovere stare a pensare ad ogni singola azione. Pensiamo ad esempio alla guida dell’automobile: fare un errore può essere letale – e gli incidenti purtroppo di tanto in tanto succedono – ma anche la guida è un fatto automatico, così come molte azioni che riguardano il lavoro sono in realtà schemi ripetuti in modo automatico. Oppure ci si chiede come fa il violinista o il pianista ad infilare in modo fluido quel groviglio di note che è rappresentato nella muta pagina musicale. In realtà molto spesso si tratta di un lungo lavoro alle spalle. Il pianista che ha delle doti naturali parte in vantaggio ma poi gli aspetta un lungo lavoro. Chi è meno dotato può cavarsela con lunghi esercizi e sbocciare dopo recuperando lo svantaggio iniziale e andando oltre.
In modo del tutto simile, anche la giornata dell’educatrice d’infanzia è costituita per la maggior parte di azioni automatiche e non appositamente pensate e programmate di volta in volta nei loro dettagli. Ogni educatrice fin da quando entra per la prima volta come professionista al nido porta con sé un bagaglio di capacità naturali, raccolte spontaneamente dalla propria esperienza umana. Ogni volta che spegniamo il computer, quando lo riaccendiamo dobbiamo aspettare perché deve prima caricare tutte le informazioni di sistema, vale a dire impara ancora una volta da zero tutto ciò che deve sapere per funzionare. Noi per fortuna non siamo così, ogni mattina quando ci svegliamo sappiamo già la maggior parte delle cose che dobbiamo fare e che ripetiamo uguali ogni giorno e questo ci permette di concentrarci solamente sulle cose nuove. In questo senso le incombenze della vita quotidiana sempre più o meno uguali a sé stesse costituiscono una garanzia che le cose anche per oggi possano andare avanti bene e sono un risparmio di energia. Insomma, gli automatismi sono un vantaggio, un risparmio di risorse, un’economia.
C’è anche però il rovescio della medaglia: quando adottiamo dei comportamenti automatici lo facciamo senza prestare loro attenzione, quasi senza accorgercene e pensando al altro. È insomma possibile, per così dire, vivere alla giornata senza che il lavoro svolto al nido registri dei particolari scossoni. Tuttavia, come il pianista non ben concentrato anche se conosce molto bene il pezzo che deve suonare può improvvisamente incappare in un inciampo che lo obbliga a fermarsi, questo può accadere anche in qualsiasi altro lavoro, nido compreso. D’altra parte, il pianista che si limita ad eseguire tutte le note solamente in modo tecnicamente non può che darci l’impressione di un’esecuzione puramente meccanica, non sentita e non partecipe, non in grado di suscitare nell’ascoltatore un’emozione, in modo simile a quando una melodia viene letta dal computer. Senza dubbio servono le regole, ma serve anche l’anima: è importante rispettare i ritmi, i luoghi, gli oggetti e i rituali delle routine ma non sono un fatto neutro: occorre che ci sia anche l’adesione, la partecipazione emotiva, quel tocco personale che caratterizza ogni persona, poiché i bambini non sentono la perfezione tecnica delle azioni ma la partecipazione emotiva dell’adulto nei confronti di ognuno di essi.
Senza dubbio, la situazione migliore si verifica quando ragione e sentimento, cervello e cuore, razionalità e partecipazione camminano insieme. 

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