Accademia Naven
Il nido d'infanzia nel sistema educativo
(5.1.) - L'attaccamento

Il primo legame.

Che si instauri un legame fra il bambino e la persona che si prende cura di lui è noto da sempre. Formare un legame di attaccamento con la figura principale di accudimento è uno dei primi passaggi cruciali che il bambino deve affrontare. Dalla qualità di questa prima relazione dipendono in certa misura tutte le altre che verranno via via allacciate nel futuro. Di solito la figura di attaccamento è rappresentata dalla madre ma è possibile che questo ruolo sia rivestito da un’altra figura, come una nonna o un nonno, una zia, una sorella più grande. Di solito le cose vanno bene ma a volte può accadere che qualcosa non funzioni e che per qualche ragione il rapporto fra il bambino e la figura di riferimento risulti difficile. È questo il motivo principale per il quale, fin dal primo momento in cui sono entrati in funzione i nidi d’infanzia l’attaccamento (e le teorie che lo sostengono) sono diventate oggetto di massima attenzione: la frequenza al nido d’infanzia coincide infatti con la separazione del bambino dalla madre (e dalle altre figure della cerchia a lui familiare) e dalla necessità del bambino di costruire altre relazioni di attaccamento sia con la figura principale di riferimento, sia con le altre persone presenti nel nido. In che cosa consiste dunque l’attaccamento? Esiste un’ampia letteratura in merito a cui rinviamo le persone interessate. Ci limitiamo qui a delineare gli aspetti essenziali degli studi delle origini e delle successive evoluzioni con riferimento soprattutto al bambino inserito al nido d’infanzia.

La teoria dell’attaccamento

Ogni bambino che nasce ha bisogno di cure per sopravvivere. E si tratta di cure che, con la crescita variano e si protraggono nel tempo. Con la nascita del nuovo bambino nasce un doppio legame: della madre (e delle figure parentali) nei confronti del nuovo nato e del bambino stesso nei confronti del proprio caregiver: la crescita del bambino e il suo futuro emotivo dipende in modo stretto da questo reciproco legame ed è questo fatto che prende il nome di attaccamento. Pur trattandosi di un fenomeno che da sempre è stato sotto gli occhi di tutti, solo in termini recenti è stato studiato in modo rigoroso e con metodologie che hanno a che fare con la ricerca scientifica. Il primo che ha sollevato pubblicamente il problema è stato Rousseau quando nell’Emilio (un libro che quando fu pubblicato fu considerato scandaloso e venne a far parte in Francia dei libri proibiti: comportò per il suo autore il rischio della prigione se non fosse prontamente fuggito prima in Svizzera e poi in Inghilterra) ha criticato la pratica diffusa ai suoi tempi delle famiglie nobili di mettere i propri figli a balia con conseguente svalutazione delle cure materne. Fu tuttavia solamente dopo il lavoro isolato di Bowlby che lentamente e progressivamente gli studi sull’attaccamento presero piede e si diffusero sempre di più; ora esiste un’ampia letteratura in merito a cui si rimanda per un approfondimento: ci limitiamo qui a richiamarne alcuni elementi essenziali in relazione a ciò che accade al nido d’infanzia. La figura che per primo ha preso l’attaccamento come oggetto sistematico di analisi e studio è stato il medico e psicologo inglese John Bowby (1907-1990). Bowlby parte dal presupposto che esiste un comportamento infantile “omogeneo", nonostante la differenza di situazioni e contesti ambientali che egli chiama “comportamento di attaccamento" e che considera tipico della specie. Il modo con cui l'attaccamento alla madre si manifesta nel bambino è abbastanza simile a quello che avviene in diversi animali. Si può affermare che l’imprinting, studiato dall’etologo Konrad Lorenz (1903-1989) avviene anche per l'uomo, anche se in modo più lento e in forme più complesse. Egli parte dall'ipotesi che l'organizzazione dell'attaccamento sia simile al comportamento territoriale di certi animali per cui l'individuo si mantiene costantemente in un suo territorio ed in esso si sente sicuro, mentre, all'opposto, maggiore è l'insicurezza e la paura quanto più è lontano da esso. Una simile ipotesi consente di spiegare comportamenti umani apparentemente tanto diversi fra loro. L’equilibrio dinamico del rapporto madre-bambino ha manifestazioni diverse quale il comportamento protettivo della madre (che si allenta in situazioni di sicurezza e si accentua di fronte a supposti pericoli), il gioco come stimolo a nuovi interessi e l'avventura/esplorazione come parziale distacco dalla madre, l'alternanza di interazioni e differenziazione dei comportamenti di protezione della madre in corrispondenza della crescita del figlio, comportamenti di segnalazione (pianto, sorriso, gesti) e di accostamento (l'aggrapparsi, l'avvicinarsi, il seguire). Bowlby ha constatato che quando i bambini sono deprivati delle cure materne (specialmente se sono cresciuti in istituzioni come orfanotrofi, ospedali, ecc.) possono subire delle conseguenze negative nello sviluppo psicologico, fisico, emozionale e sociale. Ha avuto modo anche di osservare, come conferma di questa sua intuizione, che molti delinquenti, disadattati ed emarginati sociali avevano sofferto, nella loro infanzia, di abbandoni o di situazioni difficili equiparabili ad una separazione. Inevitabilmente si creava un circolo vizioso per cui un bambino trascurato diventava a sua volta un bambino trascurante, una bambina lasciata a sé e abbandonata non riusciva, a sua volta, a diventare una buona madre. Un bambino ben curato affronta la vita con maggiore sicurezza e fiducia, può confidare su formidabili sostegni rappresentati dai genitori. L’azione di costante stimolazione che i genitori compiono (le stimolazioni tattili, le sollecitazioni verbali, l’incrocio degli sguardi, ecc.) sono la garanzia di quella fiducia del mondo che renderà il bambino sicuro ed in grado di affrontare con sicurezza le difficoltà che si presenteranno. Una famiglia invece nel cui seno regna la discordia, nella quale l’attenzione al bambino è scarsa oppure nella quale vi è l’assenza della madre, se non addirittura l’abbandono, lo sviluppo sarà inevitabilmente inadeguato, la personalità sarà fragile e particolarmente vulnerabile. Una bassa autostima di sé porta poi a pochi successi e molti insuccessi, a relazioni disturbate, a mancanza di tolleranza dello stress e della incapacità emotiva di affrontare in modo adeguato le situazioni difficili della vita che si presentano. Quanto più l’attaccamento alla figura principale (la madre) ed alle altre figure è saldo, tanto più il bambino ha la prospettiva di crescere in modo sano ed equilibrato, di conquistare a poco a poco fiducia nel prossimo e di acquisire progressivamente autonomia nei confronti del mondo esterno. La figura di attaccamento rappresenta la propria “base sicura” per il proprio tuffo nel mondo esterno. A volte si può assistere ad un attaccamento, per così dire, eccessivo: il bambino non si sente saldo, ha paura non riesce a staccarsi, ha il timore di essere abbandonato. In questo caso, il rafforzamento temporaneo dell’attaccamento può essere una risposta per confermargli sicurezza e protezione; solamente quando il bambino avrà la sensazione di avere ben in pugno la situazione e di essere in grado di controllarla, potrà avviare un progressivo distacco. Se l’attaccamento non è saldo o manca del tutto avremo dei bambini ambivalenti che inibiranno la loro normale voglia di esplorare e di giocare oppure, nei peggiori dei casi, diventeranno apatici, privi di curiosità, tristi e chiusi in sé stessi. John Bowlby osserva che In modo non dissimile la stessa cosa avviene per gli animali. Di particolare importanza è il principio dell’imprinting elaborato dall’etologo austriaco Konrad Lorenz. Particolarmente istruttivo è stata l’osservazione di alcune papere che nei primi istanti di vita hanno visto lui e i movimenti dei suoi stivali e perciò hanno iniziato a seguirlo ovunque andasse. Sono bastati pochi istanti per determinare l’imprinting in modo irreversibile e Lorenz è diventato il sostituto della madre. Nel giro di qualche ora l’animale si è cioè impresso nella mente l’immagine visiva, l’odore, il timbro della voce dell’etologo. In seguito, hanno preso perciò a seguirlo costantemente come se si trattasse della propria madre. Ciò che per gli animali è l’imprinting, possiamo dire che per i cuccioli dell’uomo è l’attaccamento. Che cos’è dunque per Bowlby l’attaccamento? Il termine fa riferimento allo stato di legame di un individuo, legame che può essere sicuro e insicuro. Sentire l'attaccamento “sicuro” vuol dire sentirsi tranquillo e protetto. All’opposto, una persona con un attaccamento insicuro può avere una miscela contrastante di emozioni verso le proprie figure di attaccamento: amore intenso e dipendenza, paura del rifiuto, irritabilità e vigilanza e così via. Possiamo, in altri termini, intendere per attaccamento ogni forma utile di una persona che ha lo scopo di mantenere la vicinanza ed il contatto con un altro individuo (o con altri individui) preferito. Anche se si tratta generalmente della madre, la figura di attaccamento è rappresentata da chiunque sia preferito e soddisfi questa esigenza di contatto: si parla in questo caso di madre sostituta. Sinteticamente, i caratteri significativi dell’attaccamento sono i seguenti.

  • La ricerca della vicinanza di una figura preferita; si tratta cioè di una persona (o di un gruppo ristretto di persone) che il bambino discrimina rispetto alle altre e sulla quale (o sulle quali) decide di fare totalmente affidamento; è simile, come detto, all’imprinting, ma si sviluppa lentamente nel tempo ed è vario, è possibile cioè che si allarghi lo spettro delle figure di riferimento, oppure la stessa figura di riferimento principale può cambiare;
  • Il bisogno di una base sicura. Il bambino sembra di essere in grado di attraversare un mare pericoloso se ha la certezza di potere, quando necessario, approdare in un mare sicuro. Immaginiamo la scena di un gruppo di mamme che accompagnano i loro bambini al parco. Chiacchierano insieme fra loro mentre i bambini giocano. È possibile osservare una sorta di invisibile “linea Maginot”, una distanza oltre la quale ogni bambino non può andare. Questo il bambino raggiunge tale limite guarda ansiosamente la madre e, nello stesso tempo, la madre esercita un controllo più attento. L’attaccamento è paragonabile alla forza di gravità. Il bambino gravita intorno alla madre muovendosi intorno ad un’orbita il cui raggio massimo è misurabile e che varia con l’età. La madre è considerata una base sicura per potere esplorare il mondo circostante e progredire nella conquista della propria autonomia.
  • La separazione vissuta negativamente. La migliore prova dell’esistenza dell’attaccamento è la separazione. Questo un bambino è separato dalla madre, manifesta il suo disagio con pianto, urla, calci, morsi: questi comportamenti sono il segno evidente del disagio provato dal bambino che si sente minacciato da un abbandono non desiderato. Allo stesso modo, quando la madre, dopo essersi allontanata per un certo tempo, può manifestare freddezza, indifferenza e disinteresse: si tratta, a ben vedere, di una “punizione” inflitta alla madre come risposta per il torto subito. 

L’importanza del legame con la madre e con i genitori era conosciuta, come detto, per lo più intuitivamente. Bowlby ha descritto nelle sue opere che cosa accadeva negli ospedali e negli orfanotrofi, luoghi nei quali spesso i bambini soffrivano gravissime forme di abbandono. Egli ha saputo porre all’attenzione sia delle collettività l’importanza e l’urgenza di programmi per l’infanzia. La cura dell’infanzia non è uno spreco, è anzi un investimento perché consente di prevenire danni che in seguito sono ben più difficilmente ricuperabili. La cura dei bambini di un determinato paese è il segno tangibile del livello di civiltà di una società. Si tratta di principi e concetti che oggi sono noti e comunemente condivisi; tuttavia, all’epoca in cui sono state scritte sono state accolte con non poca diffidenza dagli psicologi e dagli studiosi dell’epoca. L’accusa era di avere messo insieme principi e teorie fra loro assai eterogenee, come ad esempio la psicanalisi (Bowlby aveva una formazione psicoanalitica), l’etologia e a qualcosa che aveva a che fare con l’evoluzionismo. Soprattutto, si trattava di una speculazione che, pur basandosi su alcuni dati dell’esperienza, non era stata posta sotto i riflettori e quindi sotto il vaglio critico della ricerca empirica sperimentale. Vista oggi, l’opera di John Bowlby ha senza dubbio avuto il merito di avere colto un problema importante e l’abbia descritto in modo accurato. Sarà la canadese Mary Ainsworth (1913-1999) a mettere alla prova sperimentale le grandi intuizioni di Bowlby. Le sue ricerche erano basate su un procedimento osservativo che prese il nome di Strange Situation e che consisteva nell’osservazione dei bambini durante la separazione dalla madre, osservazione che ha ripetuto anche in occasione di una permanenza, per ragioni di ricerca, in un villaggio tradizionale in Uganda, notando che l’attaccamento è qualcosa di universale che va oltre le diverse culture. Mary Ainsworth ha previsto una modalità di osservazione di una ventina di minuti del bambino in un contesto naturale in cui i comportamenti di attaccamento sono attivati sperimentalmente. Si tratta di un dispositivo d’osservazione ancora oggi largamente utilizzato dalle equipe di ricerca ma anche in situazione educativa: è uno scenario fatto di separazione e riunioni, che si svolgono in un contesto al di fuori della casa alla presenza di un genitore. I comportamenti d’attaccamento vengono attivati sperimentalmente dall’introduzione di un leggero stress provocato da una breve separazione dal genitore, piuttosto che dalla presenza di una persona non famigliare al bambino. La psicologa canadese ha osservato quattro tipi di comportamento differenti in relazione all’attaccamento dei bambini alla madre:

  • bambini attaccati alla loro madre in modo sicuro: si allontanano tranquillamente per esplorare le cose e l’ambiente che sta loro intorno ma mostrano inquietudine e disagio se è lei che si allontana da loro, protestano quando è assente e si manifestano felici quando ritorna;
  • bambini attaccati alla loro madre, ma in modo non sicuro: sono i bambini che non tollerano la distanza dalla madre; si arrabbiano, piangono e si agitano quando è assente, pretendono che lei stia loro vicino e anche quando sono in braccio non si tranquillizzano e continuano a lamentarsi;
  • bambini non attaccati alla loro madre: non protestano se la madre se ne va e nemmeno l’accolgono con calore al suo ritorno;
  • bambini con attaccamento disorganizzato e disorientato: non riescono ad avvicinarsi e nemmeno staccarsi dalla madre o dal genitore. 

Occorre tenere presente che queste osservazioni concernono esclusivamente la coppia madre-bambino; non riguardano né il padre, né le altre figure che si prendono cura del bambino, come una babysitter, un’educatrice o i nonni. A difesa di questi primi ricercatori, ricordiamo che quell’epoca era abbastanza matricentrica e che i ruoli di genere erano profondamente marcati. In seguito, è stato ovviamente possibile osservare il bambino anche con altre figure che si prendono cura di lui - il padre, l’educatrice del nido d’infanzia o anche altre persone della famiglia; non era ancora il momento per farlo in questi primi lavori. Ecco in poche parole come si svolge la Strange Situation. Si tratta di un’osservazione di una ventina di minuti del bambino e di sua madre in laboratorio. È stata immaginata per bambini intorno all’anno di età. I comportamenti di attaccamento del bambino (intendendo con ciò l’insieme dei comportamenti e dei segnali finalizzati ad ottenere la vicinanza o almeno l’interessamento della madre) sono intenzionalmente sollecitati da una serie di brevi separazioni dalla madre e dalla presenza di una persona non familiare nella stanza di osservazione. Il concatenamento di otto episodi serve a generare una tensione graduale, permettendo all’osservatore di rendersi conto del modo in cui il bambino organizza i suoi comportamenti verso la madre in una situazione leggermente stressante. Il comportamento del bambino quando ritrova la madre è particolarmente e accuratamente osservato; questo permette a Mary Ainsworth di identificare la presenza di differenze significative fra i bambini, come in Uganda. In questo modo descrive tre tipi di comportamento di attaccamento, comunemente chiamati sicuro, insicuro-evitante e insicuro-resistente. Il fatto di avere rinvenuto e descritto questi tre tipi di comportamento è il frutto delle qualità di osservatrice e della geniale intuizione di Mary Ainsworth. L’esistenza di differenze fra i bambini nei processi di attaccamento e di ricerca della sicurezza si è rivelata particolarmente fertile per la psicologia. Queste differenze di comportamento – si parla ormai di categorie o tipi di attaccamento – si riveleranno di una grande stabilità e si dimostreranno molto importanti non solo per la relazione con la madre, ma anche per il divenire futuro del bambino. In seguito al successo dei lavori di Mary Ainsworth, il suo dispositivo è stato utilizzato in centinaia di studi, decine di migliaia di volte, ed è diventato una sorta di strumento di misura per l’attaccamento. Più avanti parleremo dell’esistenza di un quarto tipo di attaccamento, ma per il momento – siamo nella storia – vediamo più precisamente quali sono le caratteristiche di questi tre tipi di attaccamento. In questo modo il lavoro di Mary Ainsworth ha aperto la strada ha portato l’attaccamento sulla strada della ricerca sperimentale e dopo quella prima esperienza si sono moltiplicate ricerche in tutto il mondo che hanno dato sostanziale conferma alle idee di Bowlby; il merito del lavoro di Mary Ainsworth è di essersi basato sulla ricerca empirica ed ha così dato una "patente scientifico-sperimentale" alle ipotesi teoriche di Bowlby.

L’attaccamento come un bisogno emotivo universale

Alla luce dell’oggi, gli studi sull’attaccamento di Bowlby e di Mary Ainsworth occupano uno spazio importante nella storia della psicologia dello sviluppo. Il merito dei due studiosi è indubbio è stato quello di avere aperto una nuova strada tracciando una pista di lavoro importante su un aspetto che riguarda la vita dell’uomo. Nella fase delle origini degli studi sull’attaccamento gli studiosi hanno concentrato esclusivamente l’attenzione della relazione fra il bambino e la madre (e, all’opposto, fra la madre e il bambino). Ora gli studi classici sull’attaccamento, senza ovviamente negarne l’importanza e riconoscendo a Bowlby la genialità della sua intuizione, hanno conosciuto uno sviluppo che solamente alcuni anni fa era impensabile. Ora si parla di attaccamento dalla cura alla tomba. L’attaccamento fra il bambino e sua madre è solamente una delle forme di attaccamento possibili. Si pensi all’attaccamento del bambino al padre, ai fratelli, ad altre figure parentali e non, agli animali; l’attaccamento è inoltre un legame che compare all’inizio della vita ma si sviluppa e si evolve per la vita intera: l’attaccamento alla madre si evolve continuamente con la crescita; si pensi ai legami familiari e in generale all’attaccamento fra adulti (come ad esempio l’attaccamento al partner); gli anziani sviluppano forme di attaccamento non solo alle persone ma anche ai luoghi e alle cose amate. Tutte queste forme hanno l’obiettivo comune di garantire la sicurezza emotiva e la protezione da pericoli non importa se reali o possibili. L’infanzia rappresenta perciò un aspetto, pur assai importante, di un fenomeno di ben più vasta portata e che occupa uno spettro senza dubbio molto più ampio. Questa nuova visione che vede la costruzione dei legami come un fenomeno che riguarda tutta la vita non ha messo tuttavia l’infanzia all’angolo: ha contribuito anzi a focalizzarla meglio. Questo ci porta a pensare che si potrebbe parlare di attaccamenti al plurale, poiché non solo l’esperienza di attaccamento ci accompagna per tutta la vita ma si evolve con e muta costantemente con il nostro mutare e non solo perché ognuno sviluppa una propria forma individuale di attaccamento (che si evolve in modo singolare e personale nel corso della vita), ma anche perché le forme di attaccamento nel corso della vita sono molteplici, si evolvono in modo diverso e hanno oggetti diversi evolvendosi in modo differente anche perciò in base agli oggetti di attaccamento. Questo ci permette di arrivare a due conclusioni e cioè che la vita umana in una prospettiva sana non può essere vissuta senza attaccamenti e che quella dell’infanzia non è che una forma – anche se indubbiamente cruciale -di attaccamento.

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