Il cestino

Se volgiamo lo sguardo al passato possiamo scorgere che anche il momento del pranzo nei servizi per l’infanzia ha avuto un’evoluzione. Se è vero che i primissimi asili infantili di antica memoria che ci riportano a Ferrante Aporti servivano quanto meno a garantire un pasto al giorno ai figli del popolo provenienti dalle famiglie più povere, in generale l’abitudine più diffusa era quella del cestino che conteneva il cibo per il pranzo che veniva portato da casa.
Per lungo tempo, fino ad oltre la prima metà dello scorso secolo in molte scuole materne nel migliore dei casi tuttalpiù arrivava la merenda, una fetta di pane spalmata di marmellata, un biscotto, un mezzo bicchiere di latte tiepido. Il pranzo, spesso assai semplice, invece era custodito nel cestino che era stato preparato dai genitori a casa. In alcuni contesti poteva capitare che il servizio si preoccupasse di preparare una razza di brodo, poi il pranzo consisteva nel dare di fondo al cestino. Poi a partire dagli anni Sessanta del Novecento, con la trasformazione dell’Italia che dopo la ricostruzione del secondo dopoguerra vede il boom economico e l’aumento delle richieste educative le aspettative anche nei confronti dell’infanzia si sono fatte più alte e questo ha portato a un ripensamento profondo della scuola dell’infanzia ed alla nascita del nuovo asilo nido.
L’attenzione al pranzo come routine è un fatto relativamente recente. Solamente in seguito, con lo straordinario impegno di alcuni comuni italiani, con l’istituzione della nuova “scuola materna statale” e con la nascita del nido si svilupperà un nuovo pensiero sull’alimentazione del bambino e sulla cura del momento del pranzo.
Fino a quel momento, non sempre la scuola dell’infanzia era dotata di cucina perché non era previsto che il servizio fornisse i pasti e ogni bambino, come detto, arrivava con il proprio cestino che si portava da casa. Si trattava di un pranzo freddo e ogni bambino consumava il proprio cibo. Il cestino conteneva pietanze semplici che i bambini potevano gestire con facilità.
ll cestino era percepito come un legame con la casa, era preparato in modo ordinato e condito con i sapori familiari. Diveniva una sorta di strumento di continuità educativa fra casa e scuola e il cibo veniva consumato in modo conviviale con gli altri bambini. Questa pratica era considerata un fatto normale, anche se non mancavano situazioni in cui l’intero pranzo venisse preparato e servito in loco.
Il pranzo gentile

Che il momento del consumo del pranzo dei bambini nel giardino d’infanzia richieda una particolare attenzione lo dichiara in modo esplicito Rosa Agazzi che colloca “la preparazione delle mense” (Agazzi, 1961: pp. 235-246) nella sua Guida per le educatrici d’infanzia.
La preparazione della tavola fa parte del repertorio delle “buone abitudini” che l’Agazzi contrappone alle “abitudini volgari” che i bambini devono acquisire e inserire perciò le operazioni del pranzo in quell’insieme di procedure e comportamenti che stanno all’interno della “vita pratica”.
Nella vita pratica non si tratta solo di sbrigare in modo adeguato le faccende connesse con l’organizzazione della vita di tutti i giorni affinché ogni bambino arrivi a riuscire a sbrigare le necessarie incombenze (stendere tovaglie, distribuire scodelle, spezzare il pane, rimuovere sedie o panchette) ma sappiano muoversi all’interno di una buona organizzazione in cui ognuno fa la propria parte in collaborazione con gli altri in modo ordinato e senza intralci reciproci.
Nel “Metodo Agazzi” sono sempre i bambini a preparare la tavola mentre le maestre hanno il compito di “dirigere il movimento dei bambini … improntato all’ordine, destrezza, civiltà e serenità (Agazzi, 1961: p. 238). Emerge un aspetto che Rosa non dice perché lo dà per scontato: l’apparecchiatura è sempre esercitata interamente dai bambini (non compare nei suoi scritti un merito un ruolo del personale ausiliario). In particolare, cita come punta che considera particolarmente avanzata, l’esperienza di Trento, in cui l’incarico permanente dell’apparecchiatura per tutta la scuola è affidata interamente alla terza sezione, ovvero ai bambini di cinque anni che si staccano dalle rispettive sezioni per svolger e questo compito come incarico speciale.
L’apparecchiatura della tavola si basa sull’igiene, sull’ordine e sull’eleganza: la tovaglia è sempre presente, le stoviglie sono allineate in perfetto ordine, su ogni tavolo è presente un fiore.
L’intento di Rosa Agazzi è quello di dare dignità al pranzo dei bambini superando – come ella stessa dice - ogni forma di rozzezza. È evidente, ad esempio, che la qualità della tavola imbandita dipende da una molteplicità di azioni e di gesti accurati: la tovaglia va dispiegata con cura e posta sulla tavola prestando attenzione ai bordi che devono scendere da ognuno dei lati in modo omogeneo; altrettanto impegno richiederà, alla fine del pranzo, la ripiegatura accurata della tovaglia che dovrà essere riposta perfettamente piegata e in perfetto ordine.
La preparazione del pranzo richiede un’organizzazione complessa basata su una molteplicità di azioni eseguite con accuratezza e secondo un ordine preciso; ogni bambino avrà il suo compito specifico e sta a lui armonizzarsi con le azioni degli altri e tutto deve funzionare perfettamente sulla base della collaborazione reciproca. Per fare tutto questo, occorre anche decidere il numero dei bambini incaricati: né troppo pochi né troppi, poiché se sono pochi l’operazione finisce per risultare troppo lunga e se sono troppi il rischio è della sovrapposizione e della confusione. Perciò i bambini che non direttamente impegnati nell’apparecchiatura e nel disbrigo faranno “gli ispettori”, ossia controlleranno affinché tutto proceda bene e in ordine e se qualcosa non è organizzato a dovere lo faranno (cortesemente) presente ai compagni.
Per i bambini che non sono ancora in grado di gestirsi la Guida prevede alcuni esercizi che non necessariamente sono da eseguire a tavola ma nelle diverse occasioni nelle quali i bambini si esercitano ad apprendere i comportamenti e le regole della vita pratica: ad esempio come imparare a bere tenendo il bicchiere in mano in modo corretto, come bere dalla fontana, come tenere in mano correttamente il cucchiaio e come portarlo alla bocca, come disegnare un cerchio utilizzando la bocca grande della scodella, ecc.
Non compare nessuna considerazione sul menu, non ci sono consigli su che cosa mangiare nè sul modo di assumere il cibo: Rosa Agazzi si interessa esclusivamente dell’organizzazione che deve essere improntata al massimo dell’igiene e dell’ordine, ma anche della cortesia e dell’amorevolezza.
È anche interessante notare che in Rosa Agazzi la maestra non si sostituisce ai bambini, non agisce in loro vece ma vigila e svolge la funzione di guida sicura intervenendo solamente quando è necessario e lasciando il giusto tempo ai bambini. Sottolinea anche un aspetto che non dovrebbe essere trascurato: la postura della maestra. Innanzitutto, le cose vanno preparate con attenzione: “Sarebbe errore grave e sintomo d’insipienza didattica, pretendere di insegnare a una sezione di bambini a preparare la tavola, portandoli subito in refettorio e dar principio alle varie operazioni”. (Agazzi, 1961: p. 237). È importante, insomma, che la maestra svolga un accurato lavoro di preparazione dei bambini e proceda un passo per volta. Il pranzo costituisce un grande momento di esercitazione pratica delle capacità dei bambini di compiere tutte le operazioni necessarie e nello stesso tempo un’occasione di educazione alla partecipazione al bene della comunità.
Il compito della maestra è in particolare quello di osservare come vanno le cose ed è evidente che l’Agazzi pensa all’osservazione in due direzioni distinte: la prima riguarda le abilità individuali che ogni bambino esercita attraverso le diverse operazioni dell’apparecchiatura, la seconda concerne le capacità di ognuno di attenersi al compito affidato in sintonia ed armonia con le azioni dell’altro.
La conquista delle autonomie

Maria Montessori (Montessori, 1950, 2017), coeva di Rosa Agazzi, non si occupa in modo specifico dell’organizzazione del pranzo (si occupa invece, esercitando il suo ruolo di medico, della sana e corretta alimentazione) ed assorbe sostanzialmente su questo punto le pratiche poste in atto da Rosa Agazzi.
Questo non significa che mancasse un’attenzione specifica: si è trattato semplicemente di una focalizzazione differente, peraltro non in contrasto con la tradizione più accreditata. Maria Montessori è consapevole che lo sviluppo è naturale e il bambino deve acquisire le proprie competenze della vita in naturale: la differenza la fa tuttavia l’accompagnamento dell’adulto nella misura in cui è in grado di fornirgli solamente l’aiuto giusto e solamente quando si rivela necessario. E la maestra deve continuamente attingere dalle mille occasioni che si presentano nella vita quotidiana del bambino.
Non è un caso, perciò, che le Case dei bambini saranno attentissime a questo problema focalizzandosi sullo sviluppo delle capacità con particolare riferimento agli aspetti sensoriali e cognitivi. Ed anche il pranzo fa parte di quei momenti quotidiani che rientrano nell’ambito della “vita pratica”, sui quali la maestra rivolge la propria accurata quotidiana attenzione.
Nel mondo montessoriano il fine ultimo è quello della conquista delle proprie progressive autonomie e gli elementi di attenzione in relazione al pranzo presso le Case dei bambini possono essere sinteticamente riassunti a tutolo di esempio nei sotto riportati consigli:
Per il resto nel mondo montessoriano rimane la regola dell’apparecchiatura della tavola e del riordino alla fine del pranzo con la distribuzione degli incarichi e con la rotazione periodica degli stessi. Il pranzo sarà consumato con tranquillità senza tempi forzati dalla fretta e senza d’altra sostare forzatamente seduti più del necessario.
Tutti bambini sapranno effettuare i movimenti e compiere tutte le operazioni necessarie con controllata esattezza; anche i camerieri impareranno a servire il pranzo con eleganza.
In tutto questo l’adulto è consapevole che, come già detto, ogni aiuto non richiesto è un ostacolo allo sviluppo e perciò non si sostituisce al bambino e non interviene in modo diretto sulle sue abitudini ma piuttosto è attento alla preparazione preventiva dell’ambiente facendo trovare il contesto e le situazioni più convenienti in elazione alle fasi evolutive del bambino ed alla conquista delle proprie autonomie.
L’età del cambiamento
Il secondo Novecento coincide con la grande rinascita economica che ha caratterizzato l’intera Europa e che ha modificato profondamente la vita delle persone. È stata anche l’età delle riforme nell’ambito dell’educazione: è stato questo il periodo nel quale la scuola dell’infanzia si è profondamente rinnovata e nella quale la nascita del nido d’infanzia ha costituito il segno di un nuovo interesse per i piccolissimi.
Non sorprende perciò che nasca una nuova sensibilità anche per quanto riguarda la routine legata al pranzo. Questo non ha significato che le vecchie pratiche caratterizzate soprattutto dall’apparecchiatura e dal riassetto, così come dall’ordine e dalla gradevolezza anche estetica del pranzo fossero da perdere o da dimenticare. Si affaccia all’orizzonte però una nuova sensibilità anche alla luce di nuovi problemi emergenti.
Ne indichiamo qui tre che a nostro avviso sono i principali.
In primo luogo, il boom economico costituisce il principale volano da un lato della diffusione capillare nel nostro paese dei servizi per l’infanzia (dapprima la scuola dell’infanzia che diviene di interesse pubblico e viene quindi posta progressivamente a carico della comunità) e dall’altro della nascita dell’asilo nido come nuovo servizio educativo per i piccolissimi.
La seconda metà del secolo, anche in coincidenza con la diffusione dei servizi per l’infanzia, segna anche l’affermazione della psicologia dello sviluppo come forma di attenzione all’infanzia ed alle sue fasi evolutive. L’impulso generato dalla nuova disciplina esercita un’azione determinate nel definire le pratiche dei rapporti di cura nella prima infanzia. Ora si guarda al benessere individuale del bambino e alla nascita delle prime costruzioni sociali con occhio nuovo e questo porta a prendere in considerazione altri aspetti della vita dei bambini in comunità, comprese le pratiche legate all’alimentazione e al pranzo.
Da qui l’emergere di una rinnovata attenzione e della nascita di muove prassi per quanto riguarda l’alimentazione del bambino sia dal punto di vista della salute che da quello della gradevolezza del cibo e della convivialità del momento del pranzo.
L’osservazione come pratica costante
Osservare i bambini nella quotidianità, ossia nel loro contesto naturale di gioco e di interazione, è fondamentale per comprenderne i bisogni, le emozioni e le potenzialità in sviluppo. L’osservazione diretta permette agli educatori di monitorare lo sviluppo e di adattare l’ambiente ai bisogni della crescita cognitiva, emotiva e sociale. È in questa prospettiva che nascono i nuovi strumenti di osservazione che possono essere posti nelle mani degli educatori come strumento di guida della propria azione educativa. Anche il pranzo, insieme ad altre situazioni ed eventi della vita quotidiana del bambino, viene annoverato fra i momenti della vita del bambino ai quali prestare attenzione per conoscere e favorire lo sviluppo. Tale scelta è dettata dal fatto che anche il pranzo è evolutivo, non solamente per quanto riguarda il tipo di alimentazione che varia con la crescita fisiologica del bambino, ma anche per quanto concerne il rapporto del bambino sia con il proprio corpo, sia le cose che gli stanno intorno e con il mondo sociale al quale appartiene.
Osservare il bambino da una prospettiva evolutiva significa identificarne e tracciarne le fasi di sviluppo rendendole visibili e quindi tenerle in considerazione nel processo educativo. è il caso, ad esempio, delle Tavole di Sviluppo dello psicologo tedesco Kuno Beller che per diverso tempo sono state diffuse presso i nidi e le scuole dell’infanzia italiane. L’autore delle Tavole di Sviluppo ha infatti inserito anche il momento dell’alimentazione (a casa o al nido) come uno dei momenti della vita quotidiana in cui è possibile raccogliere informazioni sullo sviluppo come strumento di guida per l’occhio dell’educatore per la scuola dell’infanzia.
Riportiamo sinteticamente e a titolo indicativo qui sotto il punto di vista di Beller in merito. Proponiamo qui a titolo puramente esemplificativo cinque fasi evolutive; Lo strumento di osservazione di Kuno Beller è organizzato in realtà in quattordici fasi di sviluppo.
FASE 1. I PRIMI SEI MESI DI VITA
FASE 2. DA SEI MESI A UN ANNO
FASE 3. DA UNO A DUE ANNI
FASE 4. DA DUE A TRE ANNI
FASE 5. DA TRE A CINQUE ANNI
Appare evidente che gli indicatori elencati si muovono nella direzione delle competenze necessarie per imparare a mangiare da soli, abilità che Beller fa rientrare all’interno dell’area delle funzioni del corpo e del controllo di sé. Il vantaggio dello strumento è che il suo autore le confronta con altre abilità della vita quotidiana come il rapporto con i propri indumenti e le proprie cose e con il rapporto con gli spazi in cui il bambino vive. Rapporta inoltre le abilità connesse con l’alimentazione con le capacità esplorative, con le abilità legate alla motricità globale e fine e con le competenze legate al controllo delle emozioni, al linguaggio, allo sviluppo delle capacità cognitive e alle padronanze rispetto al gioco. In altri termini, da un lato le capacità in evoluzione manifestate nell’atto del nutrirsi influenzano le altre aree e, nello stesso tempo lo sviluppo degli altri ambiti rafforzano a loro volta quelle legate al nutrirsi.
Ad esempio, il riconoscimento della “funzione degli oggetti” con cui il bambino ha a che fare nella vita quotidiana comprende anche il riconoscimento degli strumenti specifici per l’alimentazione; allo stesso modo, l’assunzione di un comportamento appropriato alle situazioni comprende certamente anche il comportamento a tavola; e la stessa cosa vale per i nomi dei cibi e degli oggetti presenti in tavola, o ancora il comportamento da tenere a tavola per imparare progressivamente a conservarsi pulito e in ordine anche durante l’assunzione del cibo.
Beller aveva inizialmente messo mano alle Tavole di Sviluppo con l’intenzione di offrire un sostegno ai genitori ed è essenzialmente per questa ragione che lo strumento si basa esclusivamente su esempi di comportamento che anche le persone che non conoscono lo sviluppo potessero vederlo in pratica attraverso le azioni e gli scambi quotidiani con i bambini. Solamente in seguito sono apparse particolarmente adatte per il nido.
Se il pranzo è un appuntamento importante
Ad offrire uno sguardo del tutto nuovo sarà Elinor Goldshmied, che aveva lavorato a Londra ma che conosceva molto bene anche la realtà italiana, poiché nel secondo dopoguerra aveva vissuto per un certo periodo a Trieste, città di residenza del marito, e in seguito aveva lavorato anche a Milano. Goldshmied ha conosciuto bene e da vicino la realtà italiana nella prima fase di sviluppo dei nidi d’infanzia, vale a dire dagli anni Settanta fino ai Novanta del Novecento.
Agazzi e Montessori si erano interessate dei bambini di età corrispondente alla scuola dell’infanzia, anche se la Casa dei bambini di Maria Montessori era aperta anche ai bambini più piccoli (che tuttavia non potevano avere meno di due anni). La proposta di Goldshmied è importante perché interviene per la prima volta dopo l’istituzione del nido e questo le permette di affrontare anche i problemi dei piccolissimi.
Parte da una domanda assai semplice ma che rappresenta indiscutibilmente una novità: l’ora del pasto è un’esperienza piacevole e soddisfacente per i bambini? Introduce cioè il criterio del benessere come punto di partenza per la valutazione di un buon servizio per l’infanzia, vale a dire al centro c’è il bambino e tutto deve avvenire in funzione dello star bene, del trovarsi pienamente a proprio agio, del vivere in ogni momento della giornata una vita tranquilla, serena e piacevole. La pedagogista inglese dedica un ampio capitolo nel suo importante libro (Goldshmied E. 2020) la cui prima edizione era stata pubblicata in italiano nel 1979 a otto anni di distanza dall’istituzione in Italia del nido d’infanzia. Il contributo di Goldshmied si rivelerà fondamentale perché entra esplicitamente nel merito dell’organizzazione del nido delle origini e ne costituirà nel tempo un punto di riferimento e un caposaldo permanente.
Le novità di fondo che Goldshmied introduce sono due. La prima è che pone al centro il bambino e il suo rapporto con il cibo e pertanto l’organizzazione del pranzo non è l’obiettivo centrale ma semplicemente lo strumento per garantire il suo benessere. La seconda è che interpreta il rapporto del bambino con il cibo in termini evolutivi ed affronta in modo accurato anche le necessità del bambino nei suoi primi mesi di vita. Goldshmied (è questa la seconda novità) parte dalla consapevolezza che momenti legati al nutrimento sono un appuntamento importante per il bambino ed occorre perciò mettere al centro il bambino e non l’organizzazione che, in quanto tale tende prevalentemente a rispondere ai bisogni dell’istituzione. Devono perciò essere momenti incentrati sulla qualità delle esperienze dei bambini in relazione all’alimentazione poiché si tratta di rispondere a dei bisogni primari. I tempi sono ormai profondamente cambiati e quello di Goldshmied è uno sguardo nuovo e innovatore che, se da un lato nulla toglie alle esperienze significative del passato che anzi conserva, si muove sulla base di una nuova sensibilità e di un nuovo sentire.
La memoria emozionale delle capacità olfattive.
Non è una cosa marginale l’invito di Goldshmied all’attenzione ai profumi. Per bambini un profumo particolare ha la funzione di essere messo in connessione con un proprio vissuto e di essere ricordato come indicatore e segno della propria esperienza. La memoria è aleatoria e a volte ingannevole e i fatti della nostra vita passata possono essere ricordati in modo distorto, ma il ricordo degli odori e di certi profumi ci penetrano fin dall’infanzia e rimangono inalterati per sempre. La memoria olfattiva è quel fenomeno che riguarda la capacità del nostro cervello di mettere in connessione certi odori a determinati ricordi di esperienze passate in modo talmente veloce e immediato da far coincidere l’odore che ci può accadere di risentire con il ricordo dell’esperienza. È il cibo che nutre, non il suo profumo. Il profumo non sazia la fame, è l’apparenza del nutrimento nel senso perché non soddisfa il bisogno fisiologico, è però una promessa potente che stimola il desiderio del cibo. Il profumo ricordato è illusorio ma nello stesso tempo è una garanzia di bontà e un richiamo forte a certi momenti determinanti della nostra vita.
Tempi individuali e tempo sociali.
Come le altre routine, anche in pranzo fa parte della necessita della collaborazione con i genitori per garantire una buona armonizzazione fra casa e nido e un’attenzione del tutto speciale in questa direzione dovrebbe riguardare il bambino piccolissimo. Se il bambino utilizza ancora il biberon l’ideale sarebbe che fosse sempre la stessa persona – la figura di riferimento – a compiere tutte le operazioni che riguardano l’alimentazione del piccolo, poiché a questa età si trova ancora in uno stato di dipendenza dall’adulto. Anche in seguito, nella misura del possibile, è preferibile che sia la stessa persona ad occuparsi dell’alimentazione del proprio gruppo di bambini.
Questo, oltre a tranquillizzare il bambino agevolerà il rapporto con la famiglia che avrà modo di interagire sempre con la stessa interlocutrice. Tutto questo aiuterà a rispettare i ritmi personali dei bambini.
Goldshmied problematizza in modo efficace il rapporto fra i tempi istituzionali ed il tempo vissuto. La domanda è fino a che punto il bambino deve adattarsi all’istituzione e l’istituzione al bambino. non è una questione da sottovalutare perché l’impianto istituzionale (che sono le regole del buon funzionamento) è molto potente, dà un senso di chiarezza organizzativa, di ordine, di sicurezza.
È noto, ad esempio, che per un bambino piccolo è molto difficile attendere l’arrivo del cibo; perciò, nella sezione dei bambini fino al primo anno di vita non dovrebbe essere previsto un orario specifico per il pranzo ma i bambini dovrebbero essere nutriti quando lo richiedono. È la fase della vita nella quale il corpo del bambino piccolo sta adattandosi alla complessità del mondo circostante ed è da questa prospettiva che Goldshmied mette in conto che nella sezione dei più piccoli non dovrebbe quasi essere previsto l’orario del pranzo perché dovrebbe prevalere l’orologio biologico di ciascun bambino e l’arrivo alla definizione di un orario standard del pranzo dovrebbe essere molto graduale. Potrà quindi succedere che un’educatrice sia impegnata a nutrire un bambino per volta oppure offrire il pasto a non più di un paio di bambini. Si arriverà poi lentamente a orientare i tempi del pranzo di ognuno verso un orario comune quando ormai è evidente che il singolo bambino sa aspettare ed ha sufficientemente introiettato la routine quotidiana.
Un aspetto importante riguarda anche la formazione dei gruppi. La preferenza è quella di raggruppare intorno ai tavoli bambini della stessa età, vale a dire con necessità simili di essere aiutati nel mangiare. Se il numero dei bambini per gruppo è ridotto sarà possibile offrire l’aiuto di cui ognuno ha bisogno conservando un clima accogliente e familiare.
Un altro aspetto riguarda la durata: quanto dovrebbe durare normalmente un pranzo al nido? E alla scuola dell’infanzia? È bene chiedersi se la nostra organizzazione ci impone di fare frequentemente fretta ai bambini sollecitandoli a ingollare l’ultimo boccone oppure se ci sono tempi di attesa lunghi fra una portata e l’altra, o anche se ci sediamo troppo presto e il pranzo tarda ad arrivare o anche se alla fine del pranzo continuiamo a tenere seduti i bambini anche se manifestano segni più o meno espliciti di volersi muovere.
Spazio e spazi.
Non è quasi mai possibile scegliere gli spazi del pranzo perché ci ha già pensato l’architetto che ha progettato il nido e che spesso ha previsto un ampio spazio dal nome antico che è quello di “refettorio”, un termine che fa riferimento al pasto comunitario e che un tempo si utilizzava per le abazie ed in seguito per i collegi, le caserme e i penitenziari. L’idea prevalente che caratterizza il refettorio è quello della sorveglianza, in cui tutto sia visibile e tutto sia sotto controllo.
Situazioni come queste comportano che il clima del pranzo dei bambini non goda di quella familiarità e tranquillità che sarebbe necessaria a causa del livello del rumore che è assai difficile ridurre. Al chiasso permanente si accompagna la fretta nello sbrigare le incombenze organizzative causate da un certo nervosismo e una certa ansia.
Gli adulti.
Il problema del pranzo riguarda anche gli adulti che non dovrebbero mangiare in situazione di disagio. Goldshmied si chiede se gli adulti siano in grado di garantire un pranzo sereno e tranquillo ai bambini se il loro non lo è. L’ideale sarebbe che gli adulti pranzassero con piatti caldi a turno separati dai bambini e potessero godere di un momento di convivialità fra loro, senza ingozzarsi e senza l’ansia di dover correre ancora prima di avere finito l’ultimo boccone. Se gli adulti pranzano a parte hanno anche la possibilità di parlare fra loro e di godere di scambi sociali, cosa che non avviene invece quando girano fra i tavoli preoccupati solo di servire e quindi dialogando poco o per niente con i bambini. In questo modo il pranzo è caratterizzato da un clima fortemente istituzionale e poco famigliare.
Osservare il pranzo
Per la realizzazione di un buon servizio educativo anche per quanto riguarda il pranzo occorre interrogarsi su quali sono i punti salienti per una buona organizzazione. Occorre fra l’altro tenere presente che:
Per quanto riguarda le pratiche osservative è interessante, per la sua coerenza e correlazione con la soluzione di problemi concreti, l’interessante proposta dell’observation projet suggerita da Anne-Marie Fontaine che si basa sull’utilità di risolvere i problemi (affrontandone possibilmente uno per volta) attraverso domande che il gruppo di lavoro educativo si pone riformulandole dal punto di vista dei bambini (Fontaine, 2017).
Proponiamo qui di seguito a titolo di esempio alcuni criteri (in forma non analitica) su cui si può basare l’osservazione del pranzo indagato da tre prospettive fra loro complementari.
In relazione al bambino
Nel caso del piccolissimo è importante un’organizzazione che permetta ad ogni bambino di essere nutrito quando ha fame, senza stabilire perciò un orario “tassativo” per l’alimentazione. Il criterio è quello di rispettare i ritmi biologici personali.
Anche nel caso degli altri bambini è importante permettere ad ogni bambino di consumare il pranzo secondo il proprio “ritmo”, senza affrettarlo o pressarlo con sollecitazioni e senza farlo eccessivamente attendere.
Una buona organizzazione del pranzo è tale da permettere al bambino che è in grado di farlo, di servirsi da solo l’acqua o il succo. Dovrebbe sempre prevalere il diritto di ogni bambino alla conquista della propria autonomia. Questo non significa tuttavia che non debba essere accompagnato, sostenuto o incoraggiato dall’adulto. È importante però che apprenda dai propri errori ed impari ad autocorreggersi.
Che cosa succede se un bambino ha già finito di mangiare e vuole alzarsi mentre gli altri sono ancora a tavola? È importante che l’adulto rifletta sul da farsi in circostanze come questa per non penalizzare troppo il bambino tenendolo forzatamente seduto ma anche trovando i giusti incoraggiamenti e – secondo il caso e il bisogno – le eventuali giuste alternative.
Il pranzo, nella misura in cui avviene in modo tranquillo e in un clima sereno, è un importante momento di convivialità fra pari: un buon cotesto permette al bambino di coltivare le interazioni e le relazioni con i compagni di tavolo.
In relazione all’ambiente e all’organizzazione
È importante fare di tutto per ridurre al minimo, tenuto conto dello spazio a disposizione, il rumore di fondo (le voci degli adulti e dei bambini, le stoviglie, ecc.) durante il pranzo, per garantire a tutti una tranquillità serena e per permettere gli scambi comunicativi fra bambini dello stesso tavolo.
Il coinvolgimento dei bambini nel gioco dei camerieri è importante: l’adulto spiega ogni passaggio e organizza un piccolo gruppo di bambini per volta con indicazioni precise e con il giusto coinvolgimento emotivo. Fra le altre cose è un buon esercizio di pratica del bene comune e di appartenenza alla comunità.
Un altro aspetto di cura è quello di evitare stratagemmi per intrattenere i bambini in attesa del cibo o per prolungare il tempo di permanenza da seduti attraverso riempitivi come canzoncine e giochi diversi. È preferibile prevedere un servizio ben coordinato e una buona organizzazione per garantire il tempo necessario senza prolungamenti e dilatazioni. Un errore frequente può essere quello di fare attendere i bambini che hanno già finito di mangiare fino a quando anche l’ultimo ha vuotato il piatto e questo comporta doppia frustrazione, per chi deve attendere e per chi è pressato. Una buona soluzione è quella di adottare il piatto unico, ovvero (per quanto possibile) servendo in contemporanea il primo, le verdure e il secondo in modo che ogni bambino possa in autonomia scegliere che cosa iniziare a mangiare (a sua volta l’adulto deve superare l’ansia evitando di trasformarsi nel controllore di che cosa c’è da mangiare prima e che cosa dopo e di omologare forzatamente i ritmi di ognuno.
In relazione all’adulto
È importante sul piano dell’organizzazione che ogni adulto possa sorvegliare e accudire un numero limitato di bambini (ad esempio, non più di otto).
È importante che l’adulto si autodisciplini in relazione ai propri comportamenti verbali e gestuali presentandosi in modo rilassato ed evitando commenti come “dai”, “su”, “avanti”, mangia, mangia”, ecc.
È essenziale evitare regole severe sullo stare a tavola: in questo modo l’educatrice contribuirà a far vivere ai bambini un pranzo sereno e piacevole.
È una buona organizzazione del pranzo quella in cui l’adulto non si sostituisce al bambino e gli permette – nella misura delle sue capacità e con il necessario incoraggiamento e aiuto – di versarsi da solo l’acqua senza rovesciare i liquidi o bagnare la tavola. Spesso la soluzione più semplice è che sia l’educatrice stessa a versare l’acqua ma questo non sostiene l’autonomia dei piccoli.
L’ascolto attento e premuroso di ogni bambino gli permetterà di comprendere se un bambino dimostra di non avere appetito e saprà da un lato fornire l’incoraggiamento giusto e dall’altro le insistenze che sono sempre inopportune (oltre tutto l’insistenza genera resistenza).
Riferimenti bibliografici
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Borghi B.Q. (1995) Le tavole di sviluppo di Kuno Beller. Esperienze e modelli d’impiego, Bergamo: Junior.
Fontaine A-M. (2017) L’osservazione al nido. Guida per educatori e professionisti della prima infanzia. Trento: Erickson.
Frabboni F. (1976). La scuola dell’infanzia. Una nuova frontiera dell’educazione. Firenze: La Nuova Italia.
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Molina P. (2023). Il gioco nel primo anno di vita. Progettare spazi e attività al nido d’infanzia. Trento: Erickson.
Pierrehumbert B. (2020), L’attachment en questions, Paris: Odile Jacobs.
Szanto A. (2014), L’osservazione del movimento libero nel bambino, Trento: Erickson.
Relazione preparatoria all’intervento del convegno “0-6 Facciamo la differenza”, sezione “Osservazione e organizzazione degli spazi” organizzato dal Centro Studi Erickson (Trento) nei giorni 27 e 28 febbraio 2026.