Accademia Naven
Il nido d'infanzia nel sistema educativo
5/01 - Osservare non è vedere

vedere

Se ci viene chiesto quando e quanto osserviamo spesso rispondiamo con un “osservo in continuazione” ma questa affermazione traduce l'idea di vigilanza. Vegliare sulla sicurezza e sul benessere dei bambini, spesso molto dinamici, è l'idea base della pratica quotidiana delle educatrici ma guardando e ascoltando tutto non si vede nulla perché i nostri occhi non sono come radar. L'obiettivo della vigilanza è la sicurezza fisica dei bambini e quindi è meglio non usare il termine osservazione.
Ma un'educatrice che guarda un gruppo di bambini, si ferma su un bambino e l'occhio dell'educatrice si è trasformato in telecamera con lo zoom su un singolo bambino. Guardare e ascoltare diventano l'azione principale e il cervello inizia a lavorare diversamente, memorizzando delle azioni. Si passa perciò da vigilanza all'attenzione, con una fase di memorizzazione e qui comincia un minimo di processo di osservazione.
Per osservare è importante fermarsi; fermarsi fisicamente, avere uno spazio ed un tempo da dedicare all'osservazione dove il nostro cervello può lavorare diversamente e quindi diventa anche un fermarsi mentalmente dove lo sguardo, da generale, si affina per diventare sempre più specifico.
Per affinare lo sguardo e attivare il famoso radar è necessario che le educatrici abbiano un obiettivo sufficientemente chiaro. Spesso si guarda il gruppo e con l'accadere di un fatto particolare si attiva l'osservazione ponendosi interrogativi per comprendere ciò che sta succedendo. L’osservazione, perciò, non è un fatto casuale, deve essere una scelta volontaria ben decisa e pensata in anticipo. Bisogna prendere la decisione di osservare e abbandonare l'idea che si osservi sempre anche se in modo limitato nel tempo.
Prima di osservare è necessario chiedersi: che cosa vogliamo conoscere? Capire? Si parte spesso da un'idea vaga o da un bisogno centrato sull'azione. L'osservazione è un procedimento concreto che deve rispondere ad una domanda pratica, non a un problema teorico. Bisogna esercitarsi in questo affinché questo passaggio diventi naturale.
L'obiettivo va condiviso con l'intero gruppo di lavoro, con la collega di sezione per avere entrambe il bambino da osservare o la situazione in mente. È necessario avere sempre presente l'obiettivo per svolgere un'osservazione più mirata e sotto diversi punti di vista. Ciò che nota una collega può essere diverso da ciò che nota l'altra e questa diversità è ricchezza, da completezza all'osservazione e anche se viene tralasciato qualcosa, lavorando in ottica collegiale, i tasselli si riempiono. Va condiviso l'obiettivo anche per osservare un bambino in relazione ad un diverso adulto; le dinamiche che si instaurano in un rapporto b-a sono diverse con un altro adulto o in uno spazio allestito in maniera diversa pur avendo lo stesso obiettivo.
La condivisione è necessaria anche per non focalizzarsi su di un problema o su di un bambino ed essere influenzati dal proprio modo di interpretare certi comportamenti o appesantiti da situazioni di difficile gestione. Condividere l'obiettivo premette di avere la visione della stessa situazione da più occhi; occhi più appesantiti ma occhi più freschi, occhi esperti e occhi meno, occhi positivi o occhi che notano spesso solo il negativo. Oltre che dare un'immagine completa del bambino ciò permette un supporto tra colleghe ed una crescita del gruppo di lavoro. 

 

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Battista Quinto Borghi
Ultimo aggiornamento: 01 08 2026

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